Nella progettazione c’è ancora spazio per il disegno a mano libera

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«Allora, architetto, come la facciamo la fontana?», chiede il sindaco. Mi trovo sul selciato appena posato dell’area Dane, una piazzetta a Tubre in Val di Monastero (Bolzano), insieme a miei tre colleghi. Abbiamo vinto il concorso per la sua risistemazione e ora siamo alla direzione dei lavori. Mi faccio passare dal tecnico comunale la tavola su cui ci sono i disegni. «Ecco, così» rispondo, dispiegando la tavola per mostrare la rappresentazione in pianta, prospetto, e sezioni in scala 1:5 del lungo parallelepipedo in calcestruzzo martellinato che riprende posizione e forma della malmessa fontana esistente, che era anche abbeveratoio per le mucche. Probabilmente l’ultimo che aveva toccato quella tavola ero stato io stesso nel piegarla, timbrarla e firmarla per la consegna ufficiale al Comune. «Ah, ma non la facciamo così?», controbatte il sindaco mostrando un foglio A4 su cui c’è un mio schizzo ancora di concorso, che rappresenta una famigliola, in assonometria e con un tratto un po’ da fumetto, il padre che si disseta mentre madre e figlio si riposano seduti sul bordo della fontana.

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Schizzo di Rudi Zancan, progetto Area Dane a Tubre (Bolzano) + Arch. Benedikter Ortler, Zancan

In quell’istante ho capito quale sia il valore espressivo di un disegno a mano libera. Concetto e forma della fontana erano già tutti presenti all’interno di quel piccolo schizzo, e devo ammettere che i disegni esecutivi aggiungevano solo quelle poche informazioni necessarie a definire le esatte dimensioni e i materiali per il computo estimativo, per il resto la fontana realizzata è quella del disegno iniziale.

Disegno a mano libera nella progettazione

Con questo ragionamento non si vuol certo dimostrare che si riesce ad essere esaustivi con un piccolo schizzo, ma che c’è ancora spazio per il disegno a mano libera, anche in un’epoca in cui i programmi di disegno tecnico e modellazione tridimensionale sono in grado di rappresentare forme complesse e gestire un’enorme quantità di informazioni (vedi Bim), e in cui i rendering hanno raggiunto un grado di realismo tale che risulta difficile distinguerli dalle fotografie. E, anzi, quando è assente la capacità di padroneggiare una matita, se ne sente la mancanza.

Il disegno è il linguaggio principe con cui si esprime un progettista: che sia un urbanista, un paesaggista, un architetto, un designer di interni o di oggetti, è attraverso rappresentazioni grafiche bidimensionali  o tridimensionali che avviene la comunicazione. Ma, oltre che un metodo di comunicazione, il disegno è anche uno strumento di verifica progettuale. Finché uno spazio, un volume o una soluzione tecnologica non sono stati messi su carta, di fatto ancora non esistono.

A tutti noi è capitato di trovarsi ad ascoltare progettisti molto eloquenti, abili con le parole a farci immaginare un ambiente, un edificio o un oggetto. Ma con un po’ di esperienza, abbiamo imparato a capire che si tratta ancora di nulla più che una promessa. Logicamente, neanche il disegno coincide con l’oggetto reale, ne è solo una rappresentazionececi n’est pas une pipe», provocava Magritte dipingendo una pipa), ma è lo strumento, che accanto al modello in scala, meglio si presta a rappresentarlo e comunicarlo agli altri.

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Arredamento di negozio angolo giochi. Progetto Arch. Rudi Zancan

Il disegno tra rappresentazione ed emozione

Spingendoci in là con la riflessione concettuale sulle finalità del disegno, potremmo distinguere fra una rappresentazione legata alla progettazione e una volta, invece, a coinvolgere l’interlocutore, a trasmettergli le emozioni legate al carattere di uno spazio o un volume.

All’interno della prima categoria troviamo facilmente disegni in cui le proporzioni sono rispettate e le misure corrispondono alle diverse scale. Tradizionalmente si tratta di proiezioni isometriche che si articolano in pianta, sezioni e viste frontali. Anche quando le immagini siano ridotte all’essenziale, il rispetto delle proporzioni, quando si progetta, è importante. Ma i disegni di progetto in scala li possiamo anche trovare accompagnati da rappresentazioni tridimensionali, schizzi di concetto, schemi di funzionamento, esplosi o spaccati assonometrici elementari e prospettive semplificate. Quello che li caratterizza è generalmente un alto grado di sintesi; non si richiede che siano disegni belli a vedersi, perché lo scopo è individuare le proporzioni fra le parti o le relazioni fra spazi e volumi, e non suggestionare o sedurre l’osservatore. Il disegno è anche una forma di verifica progettuale interna: se non rappresento il mio progetto, non sono in grado di valutare se le proporzioni fra le parti tornano, se le relazioni fra gli spazi sono funzionalmente corrette, se il risultato è formalmente coerente con i propri propositi. In definitiva, se il progetto resta astratto nella testa di chi progetta, non saremo in grado di valutare se procede nella giusta direzione, visto che una forma ancora non l’ha e di conseguenza nemmeno una sostanza.

Diverse saranno le caratteristiche della rappresentazione emozionale se lo scopo è quello di rendere l’effetto spaziale o volumetrico del progetto, agevolando lo spettatore nel suo sforzo di immaginazione. La riproduzione grafica, in questo caso, è strettamente legata alla qualità materica delle superfici ed al modo in cui assorbono o riflettono la luce. Il punto di vista è generalmente quello di uno spettatore immerso nella realtà: non interessano qui tanto le misure, la riproduzione in scala, quanto piuttosto il carattere dell’ambiente o dell’oggetto rappresentato. Lo sguardo è più simile a quello scenografico, del pittoresco. Lo scopo non è realizzare uno spazio o un oggetto e capire come farlo, ma trasmettere emozioni estetiche per coinvolgere, sedurre, convincere l’osservatore. Naturalmente, le due modalità di rappresentazione non sono affatto così nettamente distinte e nella prassi vengono comunemente utilizzate in modo combinato per entrambe le finalità.

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Schizzo prospettico, studio per un centro di mobilità leggera. Arch. Rudi Zancan

Dal disegno manuale alla tecnologia digitale

Oggi la rappresentazione dei progetti di paesaggio, urbanistica, architettura e design avviene quasi esclusivamente attraverso immagini prodotte a computer. La tecnologia digitale consente non solo di ricreare un modello tridimensionale della realtà o del progetto, ma anche di associare a questo una notevole quantità di proprietà e informazioni. Dunque, entrambe le finalità della rappresentazione grafica, sia quella progettuale che quella più scenografica, sembrerebbero essere soddisfatti dalle tecnologie più recenti. Modelli virtuali digitali da cui ricavare piante, sezioni, prospetti (ma anche computi metrici) da una parte, e rendering sempre più indistinguibili dalle fotografie dall’altra, sembrerebbero aver definitivamente mandato in pensione la vecchia matita e con lei il taglierino ed i cartoncini per realizzare i plastici. Quegli strumenti con cui sono stati concepiti in fondo tutti gli edifici, a volte anche molto complessi, che sono stati realizzati nell’arco della storia, fino a pochi anni fa.

Ho potuto sperimentare in prima persona il passaggio dalla rappresentazione manuale al mondo digitale, passando da matita e rapidograph a mouse e plotter; da fotomontaggi realizzati con forbici e colla agli omologhi virtuali generati con Photoshop; da modellini in cartoncino e colla vinilica a modelli virtuali tridimensionali semplici tirati su con sketch-up, a oggetti più complessi gestiti con rhino; da prospettive colorate a pastello o acquerello a rendering trattati con V-ray.

Non si vuole fare un discorso nostalgico verso il bel mondo del passato che non c’è più. Personalmente non provo nessun rimpianto per i «rapido» a china che regolarmente si intasavano e ogni tanto cadevano a terra, regolarmente di punta; né per le correzioni da fare con la lametta, cercando di non lacerare il lucido. Né, men che meno, delle eliocopie che ancor oggi conservano l’insopportabile caratteristico odore di ammoniaca. Non è quel disegno a mano che manca nel repertorio di chi ha imparato fin da subito il disegno tecnico al computer. Quello di cui si sente l’assenza è il disegno a mano libera senza l’ausilio di righe o squadrette.

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Disegno per concorso Centro Civico Zona Isola, Milano. Arch. Messina, Zancan

Disegno a mano libero come esplorazione

Il disegno a mano libera, allo stesso modo di quanto osservato più sopra, può essere volto alla progettazione così come adattarsi bene anche alla rappresentazione più pittoresca e scenografica (come è evidente dall’episodio raccontato all’inizio). Forse ancor prima, il disegno a mano libera si rivela un formidabile strumento di esplorazione e conoscenza. Disegnare dal vero, confrontandosi col volume di un fabbricato, con uno spazio, con un oggetto, o anche ri-disegnare piante, sezioni e prospetti di un progetto non significa farne una copia; è sempre un’operazione di interpretazione, che permette di analizzare e comprendere.

Così come può essere un mezzo per la conoscenza, il disegno a mano diventa un insostituibile strumento per la progettazione. E in entrambe queste operazioni il legame fra testa e mano è strettissimo: la forma pensata viene tradotta in disegno sulla carta e all’inverso la forma disegnata può essere confrontata con il proposito che si aveva in mente. L’immediatezza di questa connessione risulta particolarmente evidente quando il disegno accompagna la spiegazione che si sta dando ad un’altra persona. Quegli schizzi hanno una carica espressiva che non si riesce più a riprodurre pur applicandosi a rifare più e più volte i disegni.

Il gesto del disegno a mano libera è immediato, sia nel senso di abbattimento dei filtri fra idea e sua rappresentazione, che anche temporale: è effettivamente meno macchinoso e di conseguenza decisamente più veloce. E permette anche l’interazione diretta fra due o più soggetti. Grazie all’alto grado di sintesi, uno schizzo a fil di ferro, con ombre o colorato, è spesso più utile a far comprendere il progetto e può risultare anche più convincente e gradito di una rappresentazione realistica perché lascia più ampi spazi all’immaginazione.

Infine, i disegni a mano libera conservano quel grado di imperfezione che li rende più simpatici, nel senso etimologico del termine. Ma se il tratto a mano appare imperfetto, ciò non significa che il grado di definizione del particolare fino a cui ci si può spingere non possa essere grande e la precisione elevata, come possono dimostrare bene alcuni disegni di dettaglio (tipo di esercizio che viene comunemente praticato nei workshop di progettazione CasaClima, facendo ampio uso anche dei colori). In definitiva, malgrado sia sempre meno coltivato e praticato, il disegno a mano libera si configura ancora come fondamentale ausilio alla comprensione e alla progettazione, in virtù dell’immediatezza e dell’alto grado di sintesi.

(Rudi Zancan)

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