Speciale Impianti: la grande sfida per gli architetti contemporanei

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«L’architettura ha un suo ordine naturale, un ordine non condizionato da epoche, luoghi o stili; più durevole degli ordini dorico e ionico degli antichi Greci, e più ordinato del più puro stile contemporaneo. È l’ordine della funzione fisica, dei modi in cui gli edifici funzionano. Colto nell’insieme, si rivela di una eleganza ed utilità che diversamente non è possibile apprezzare e sfruttare». Queste riflessioni sono state scritte nel 1980 da Edward Allen, professore al Massachusetts Institute of Technology Mit di Boston, nel testo introduttivo al libro How Buildings Work. The Natural Order of Architecture, tradotto in italiano per le Edizioni Dedalo nel 1983 con il titolo Come funzionano gli edifici.

Il testo nasceva dal desiderio di Allen di compendiare in un unico volume l’insieme delle funzioni di un edificio e le modalità con cui sono svolte, esattamente come nei manuali di fisiologia si descrive la struttura e il funzionamento del corpo umano. Un libro, quindi, che mette in relazione gli aspetti tipologici e figurativi dell’architettura con l’essenza stessa del suo funzionamento in un unico processo creativo integrato e inscindibile. Un passaggio importante, soprattutto in relazione al periodo storico, l’inizio degli anni Settanta, in cui è stato pensato e scritto.

È l’epoca in cui si è sostanziata l’attenzione planetaria per le tematiche ambientali e, di conseguenza, la presa di coscienza pubblica della necessità di difendere il pianeta e i cicli naturali indispensabili per la regolazione degli ecosistemi. Si ricordano momenti significativi con la prima Giornata della Terra del 1970, la pubblicazione del libro di Barry Commoner The Closing Circle: Nature, Man & Technology, uno dei rilevanti riferimenti culturali dell’ecologia politica e il primo storico rapporto Limits to Growth a opera del Club di Roma nel 1972.

Iniziative che hanno determinato un seguito anche nella politica che fino ad allora aveva concentrato i suoi sforzi prevalentemente sui problemi del welfare state, con la nascita nel 1971 del primo ministero della Protezione della natura e dell’Ambiente in Francia nel governo presieduto da Georges Pompidou.

Ma anche gli anni in cui nel campo dell’architettura si vive la contrapposizione tra la deriva postmodernista, che richiama la storia con scelte meramente formali e l’approccio strutturale al progetto, influenzato dalle culture tecniche tedesca e anglosassone che delineano metodologie e strumenti più vicini alle istanze industriali, produttive e sociali.

Una strada non semplice, quest’ultima, che troverà però riscontro negli anni a venire e sarà confermata nella contemporaneità. Anche Allen aveva visto giusto, intuendo l’importanza crescente delle componenti impiantistiche per il funzionamento dell’edificio sia in termini strutturali e dimensionali sia delle ricadute sugli aspetti estetici e figurativi.

Nella contemporaneità il tema è attualissimo e oggetto di ininterrotte ricerche e sperimentazioni, in particolare con riferimento alla rigenerazione urbana e, quindi, all’intervento sul costruito, e alla transizione ecologica. Con ricadute non solo orientate al recupero ambientale e urbano, con la sperimentazione di tecnologie innovative per il progetto di edifici, complessi insediativi e quartieri ecologicamente ed energeticamente efficienti, ma anche al ciclo di vita dei prodotti e la loro interazione con l’ambiente: dalle materie prime alla produzione, distribuzione, uso, riciclaggio e dismissione finale. Con riferimento al Life Cycle Assessment e al Life Cycle Design, come strumenti di supporto alla progettazione ambientale sia alla scala del prodotto edilizio sia dell’edificio.

Indubbiamente gli avanzamenti della ricerca e della sperimentazione mirano a garantire sempre più elevati livelli di confortevolezza e in generale standard qualitativi ottenuti da impianti, sistemi e subsistemi tecnologici introducendo nel manufatto edilizio prestazioni che velocemente diventano ordinarie e irrinunciabili. Tali prestazioni comportano però la modificazione del manufatto sia nelle sue componenti tipologiche e costruttive sia, forse in forma ancora più evidente, in quelle morfologiche e figurative, mettendo in discussione la strutturazione degli edifici stessi e il rapporto con il contesto ambientale e la cultura del luogo.

Assume quindi ancora più importanza il ruolo del progettista, da un lato come coordinatore delle diverse e imprescindibili competenze tecniche che concorrono alla definizione del progetto e, dall’altro, come ideatore di innovative soluzioni architettoniche esito dell’integrazione e dell’interpretazione delle componenti che determinano il funzionamento dell’edificio.

Una grande sfida per gli architetti contemporanei che dovranno sapere resistere all’attrazione dell’esteticizzazione diffusa senza regole, espressione di casualità e non di razionalità, cogliendo nell’innovazione l’occasione di costruire un manufatto di senso compiuto e un nuovo brano di paesaggio contemporaneo che, come ci ricorda Gregotti, non deve essere solo sfondo, ma struttura di senso del costruito.

 

di Matteo Gambaro, Politecnico di Milano (da YouBuild n.21)

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