Diagnosi microclimatica e rigenerazione degli spazi aperti

La progettazione degli spazi aperti richiede valutazioni climatiche e ambientali per guidare la rigenerazione urbana. Diagnosi microclimatica dello spazio aperto affronta il tema unendo strategie storiche, innovazioni, simulazioni e analisi strumentali

Conservare, rivitalizzare e valorizzare sono termini che ricorrono sempre più spesso nel dibattito urbano, sociale e politico contemporaneo.

Tuttavia, le richieste, sempre più articolate, continuano a concentrarsi prevalentemente sugli spazi costruiti: edifici storici da salvaguardare e recuperare, nuovi edifici da progettare, infrastrutture e contenitori da rifunzionalizzare.

Di conto, come suggerito da Susan Roaf, sarà sempre più imprescindibile orientare l’attenzione progettuale a heat or cool people – not buildings (riscaldare o raffrescare le persone, non gli edifici): porre di nuovo al centro le esigenze degli utenti, concentrandosi sia sulle prestazioni di involucro, sia sul rapporto con l’esterno, significa riconoscere il valore intrinseco dello spazio aperto e delle sue risorse.

Rigenerare lo spazio vuoto

Progettare e rigenerare la città del XXI secolo attraverso i suoi spazi aperti è un processo complesso e spesso sottovalutato, che coinvolge esigenze, interessi e discipline molto diverse tra loro.

Negli ultimi anni, a seguito della crisi climatica e della pandemia, la rivalutazione dello spazio aperto, dello spazio vuoto e di quello di transizione ha acquisito un peso crescente nel dibattito pubblico.

L’interesse verso la riappropriazione dello spazio condiviso della città ha riguardato molte realtà europee, con il chiaro intento di restituire identità agli spazi dimenticati e sottoutilizzati, assegnare loro nuove funzioni, integrare le infrastrutture esistenti e riconsegnare tali luoghi alla cittadinanza, trasformando la rigenerazione in un motore economico e socioculturale.

Nella città storica e consolidata lo spazio aperto nasce, in larga misura, dalla modulazione dello spazio costruito.

Le aree non edificate si connotano come porzioni residuali tra i volumi degli edifici pubblici e privati, zone spesso anonime e prive di una chiara identità.

L’evoluzione e le trasformazioni che lo spazio aperto subisce dipendono in larga misura dal modo in cui è stata concepita la mutua relazione tra gli edifici limitrofi: un vuoto strutturato (come nelle piazze storiche italiane) o un vuoto derivato dalla semplice definizione dei volumi.

Il modo in cui uno spazio è configurato e il tipo di confine percettivo che lo definisce influiscono profondamente sulla comprensione individuale della piazza, del parco o dell’area trattata a verde, determinandone usi e funzioni.

La percezione dello spazio si realizza attraverso più sensi e si rapporta a esigenze differenti (sicurezza, comfort termo-acustico, visivo, ergonomia, vivibilità, fruibilità). Esperienze adattive e soggettive degli utilizzatori stanno dunque alla base delle possibili esperienze di fruizione della piazza, del parco, del portico urbano.

Dispositivi bioclimatici di raffrescamento nei giardini e nei cortili di Palazzo del Generalife, Alhambra (Granada Spagna) | ©Barbara Gherri
Dispositivi bioclimatici di raffrescamento nei giardini e nei cortili di Palazzo del Generalife, Alhambra (Granada Spagna) | ©Barbara Gherri

Parametri e aspettative

Se la riqualificazione dello spazio confinato è ormai prassi consolidata (grazie a regolamenti, buone pratiche e approcci consolidati che ne regolano la gestione) affrontare il tema dello spazio aperto significa comprendere e gestire un sistema complesso di parametri, vincoli e aspettative collettive.

Il riconoscimento della cosiddetta matrice ambientale dei progetti urbani si connota come un primo passo di conoscenza indispensabile per un’azione consapevole e coerente per la rigenerazione dello spazio vuoto.

Questa matrice, che sintetizza i principi dell’approccio bioclimatico, riconosce e cataloga i dispositivi architettonici e vernacolari usati per lo spazio outdoor, rafforzando il mutuo scambio tra le necessità dell’abitare e le condizioni esterne.

La soluzione al problema dell’equilibrio tra esigenze tecniche e forma architettonica è da sempre ricercata nella relazione con l’ambiente naturale, e nel contesto delle tradizioni locali.

Numerosi esempi architettonici, ancora riconoscibili nelle nostre città, mostrano come il microclima locale abbia influenzato nel tempo anche la tipologia dello spazio non edificato.

Gli spazi aperti ricoprono un ruolo cruciale nel soddisfare la qualità funzionale (utilitas), tecnica (firmitas) ed estetica (venustas) dell’architettura; a queste tre dimensioni, nel caso degli spazi aperti e di transizione, si può aggiungere il carattere ambientale, ossia l’insieme delle proprietà del contesto costruito.

La forma e la tipologia dello spazio aperto e dello spazio vuoto nascono come risposta spontanea dell’architettura alla gestione e al controllo della radiazione solare, dei flussi di vento, delle precipitazioni. In alcuni casi lo spazio ombreggiato è abbastanza ampio da divenire luogo sociale; in altri, è un semplice aggetto che protegge la facciata.

La storia dell’architettura è ricca di esempi che mostrano come il fattore climatico si intrecci con quello culturale o sociale. Dispositivi primordiali di controllo microclimatico, adattati alle peculiarità locali, si rintracciano in tutte le latitudini e nella maggior parte delle tipologie architettoniche.

Non si deve però immaginare questi dispositivi come meccanismi complessi e tecnologicamente avanzati: si tratta piuttosto di semplici accorgimenti costruttivi, integrati e inscindibili dalla composizione architettonica.

Se nelle architetture storiche la componente tecnologica si confonde con il sapere tradizionale, nelle architetture moderne il dispositivo tecnologico è, di contro, più chiaramente leggibile nella sua specificità.

In entrambi i casi, il ruolo della tecnologia resta centrale nella relazione tra spazio aperto e clima locale. Negli ultimi vent’anni si è registrato un notevole aumento delle ricerche sulle strategie per migliorare la vivibilità urbana.

Questa tendenza, se da un verso riflette l’aumento dell’urbanizzazione globale, dall’altro implica il rischio di definire strategie universali, che a fatica, si adeguano alla scala locale.

Nel contesto attuale, un approccio universale ai problemi locali, risulta quanto mai efficace, e anzi, assai rischioso, in contesti sempre più pesantemente segnati da eventi climatici severi, richieste sociali profondamente segmentate e variabili ed esigenze politiche in rapido mutamento. A

dattare la città al microclima non può essere un aspetto secondario: deve diventare elemento imprescindibile delle politiche urbane e sociali. Analizzare le interdipendenze tra clima, tipologia e tecnologia degli spazi aperti implica una lettura multidimensionale, capace di individuarne potenzialità e criticità.

Se l’analisi conoscitiva dello spazio costruito riguarda gli elementi che lo definiscono fiscalmente (nello spazio), la comprensione dello spazio vuoto richiede il riconoscimento di elementi formali e ambientali, variabili e dinamici, specifici dello spazio non edificato.

Ventilazione, radiazione solare, flussi d’aria, materiali, finiture, elementi di riparo e schermatura sono componenti prioritarie per comprendere e trasformare lo spazio aperto.

Turisti si riparano sotto l’ombra densa e rinfrescante della grande chioma del Pitosforo nella piazza pavimentata di Otranto | ©Barbara Gherri
Turisti si riparano sotto l’ombra densa e rinfrescante della grande chioma del Pitosforo nella piazza pavimentata di Otranto | ©Barbara Gherri

Dall’analisi alla diagnosi

L’approccio sinestetico alla comprensione delle potenzialità e dei limiti dello spazio aperto racchiude una (solo apparentemente) insolita collaborazione tra parametri che afferiscono ad ambiti disciplinari differenti e distanti, dalla termofisica, all’ergonomia, alla scienza del restauro, alla conservazione di strutture e materiali, fino all’illuminotecnica e all’acustica.

Sono numerosi i fattori che incidono e regolano la vivibilità delle città densamente costruite, così come numerose sono le variabili che governano il microclima locale.

La diagnosi microclimatica può, in tal senso, offrire risposte e strumenti conoscitivi, ed essere applicata alle diverse fasi della prassi progettuale, consentendo un’indagine esaustiva delle condizioni al contorno e mettendo a sistema i reciproci effetti degli indici ambientali (temperatura dell’aria, temperatura media radiante, velocità del vento, umidità relativa, radiazione solare diretta e riflessa), delle caratteristiche morfologiche dello spazio, e valutare il ruolo derivante dalle proprietà termofisiche dei rivestimenti e delle finiture esterne, nonché dei materiali che costituiscono gli edifici.

La diagnosi microclimatica si configura come un approccio d’indagine approfondita, realizzabile a diverse scale, concentrandosi sulle condizioni termiche e ambientali di aree esterne, come piazze e strade, per valutarne il livello percepito di comfort termico e ambientale, al fine di proporre strategie di rigenerazione e valorizzazione.

Essa si basa sulla misurazione (puntuale o prolungata nel tempo) di parametri quali temperatura dell’aria, umidità relativa, velocità del vento e temperatura media radiante, e utilizza strumenti specifici per l’analisi, spesso integrando dati numerici per la progettazione e la valutazione degli interventi.

Scorcio del villaggio di Setenil de la Bodegas (Spagna): dai primi insediamenti rupestri a oggi, la presenza dello sperone roccioso offre riparo e protezione | ©Barbara Gherri
Scorcio del villaggio di Setenil de la Bodegas (Spagna): dai primi insediamenti rupestri a oggi, la presenza dello sperone roccioso offre riparo e protezione | ©Barbara Gherri

Tale indagine si dimostra tanto più efficace quanto più è circoscritta ad ambiti omogenei. La più efficace scala di applicazione è dunque la microscala, dacché si concentra sull’analisi locale delle condizioni ambientali, variabili nello spazio e mutevoli nel tempo.

L’obiettivo principale della diagnosi microclimatica è dunque individuare e valutare criticamente una serie di parametri e condizioni, in continua evoluzione, che definiscono il livello di apprezzabilità e fruibilità dello spazio, in relazione al clima esterno e allo spazio costruito.

Monitoraggio

Raccolta di dati tramite strumenti di monitoraggio, controllo quantitativo e qualitativo degli indici termici e ambientali completano i risultati delle valutazioni numeriche microclimatiche.

Le simulazioni tridimensionali tramite software sono infine in grado di rappresentare come il microclima interagisca in contesti urbani o naturali, computando i complessi scambi tra edifici, vegetazione, superfici e atmosfera, fornendo informazioni dettagliate sul comfort termico percepito.

Per comprendere appieno i risultati di tali simulazioni e tradurle coerentemente in azioni strategiche, occorre coordinare una vasta mole di variabili e relazionarle al contesto architettonico e climatico, impiegando un approccio transdisciplinare e integrato.

La diagnosi del clima alla microscala si connota pertanto come una prassi eminentemente architettonica, una riscoperta pratica progettuale che pone al centro l’individuo e il suo rapporto con l’ambiente.

Diagnosi microclimatica strumentale negli spazi cortilivi del Palazzo Ducale di Mantova | ©Mirko Di Gangi
Diagnosi microclimatica strumentale negli spazi cortilivi del Palazzo Ducale di Mantova | ©Mirko Di Gangi

Strumenti per il comfort urbano

Appropriandosi di una terminologia medica, il volume Diagnosi Microclimatica dello spazio aperto, metodi e strumenti per la rigenerazione dello spazio aperto tra gli edifici, edito da Edizioni Quasar, all’interno della collana Madlab, passa in rassegna le molteplici questioni legate allo spazio aperto (detto anche vuoto), sia nella città storica che in quella contemporanea, affrontando una tematica spesso sottovalutata ma, che a causa degli evidenti cambiamenti climatici e della necessità di rigenerare gli spazi urbani esistenti, assume un ruolo fondamentale per cittadini, progettisti e amministratori.

La trattazione spazia dalle esigenze di conservazione e di rispetto dell’esistente, integrando strategie già note con nuovi paradigmi ambientali e rigenerativi, al fine di coniugare istanze di tipo energetico e di comfort termico, tramite un approccio analitico-prestazionale.

Copertina del volume Diagnosi Microclimatica dello spazio aperto. Metodi e strumenti per la rigenerazione dello spazio tra gli edifici
Copertina del volume Diagnosi Microclimatica dello spazio aperto. Metodi e strumenti per la rigenerazione dello spazio tra gli edifici

Le riflessioni del volume si focalizzano sugli strumenti della diagnosi microclimatica, che per la prima volta, viene assunta come strumento conoscitivo per l’analisi e, al contempo, strumento operativo per la fase di valorizzazione dello spazio aperto tra gli edifici.

Partendo dalla consapevolezza che il microclima urbano incida sempre più significativamente sul consumo energetico degli edifici e sul comfort termico degli spazi esterni, la trattazione pone l’attenzione su come le città contemporanee necessitino sempre più di migliorare la loro prestazione energetica e ambientale, riducendo i consumi e creando condizioni favorevoli di benessere per i cittadini, diminuendo le emissioni inquinanti.

I casi di studio vengono utilizzati come strumento operativo per verificare l’efficacia delle analisi micro-climatiche di tipo numerico, integrate con altri metodi tipici dell’indagine morfologica urbana, dell’analisi storica e iconografica, connettendo queste riflessioni agli aspetti di restauro, riuso e progettazione urbana.

L’obiettivo principale è organizzare e sistematizzare le conoscenze attuali sullo spazio aperto, considerandolo non come elemento marginale del tessuto urbano, ma come componente fondamentale per la vita sociale per il controllo microclimatico e come leva di trasformazione. Lo spazio aperto diventa così strumento per adattare l’esistente alle sfide di una società in evoluzione, riadattando la prassi del progetto all’individuo e alle sue esigenze.

di Barbara Gherri, professore associato,
Dipartimento di Ingegneria e Architettura Università di Parma

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.