Il rapporto tra data center, comunità locali e nuovi squilibri ambientali

Dalla lecture di Marina Otero Verzier emerge una lettura critica dei data center come dispositivi spaziali di disuguaglianza, capaci di concentrare benefici globali e impatti ambientali locali, aprendo nuove prospettive progettuali

Computational Compost alla Milano Arch Week e alla XXIV Triennale di Milano, è il progetto che ha esplorato il rapporto tra data center, impatti ambientali e comunità locali. Attraverso un prototipo che trasforma calore computazionale in compost fertile, l’architetta Marina Otero Verzier invita a ripensare architettura, tecnologia e sostenibilità, mostrando come anche il digitale produca effetti concreti sul territorio | ©Mikel Blasco | ©Tabakalera | ©Triennale Milano

Nel quadro della Milano Arch Week dedicata al tema Inequalities and Architecture, la lecture di Marina Otero Verzier ha portato l’attenzione su un’infrastruttura spesso trascurata ma ormai centrale: i data center e l’impatto che questi hanno sulle comunità e sugli ecosistemi.

Marina Otero Verzier, architetta e ricercatrice alla Columbia University, esplora architettura, sovranità tecnologica e giustizia ambientale. Vincitrice dell’Harvard Wheelwright Prize 2022, ha sviluppato prototipi come Computational Compost e contribuito al Piano Nazionale dei Data Center del Cile, lavorando con comunità locali contro l’estrattivismo

Con i suoi studi, le sue esperienze e con il progetto Computational Compost, presentato anche in mostra alla XXIV Triennale di Milano, Otero Verzier ha messo in luce l’impatto ambientale, sociale e territoriale dei data center, interrogando il ruolo dell’architettura nella progettazione e nella gestione di un sistema che appare immateriale ma produce effetti più che mai materiali.

Architetta, ricercatrice e docente alla Columbia University, dove dirige la Data Mourning Clinic, Otero Verzier lavora da anni sull’intersezione tra infrastrutture digitali, crisi climatica e giustizia ambientale. Punto di partenza della sua lecture è la constatazione che il cosiddetto cloud non è affatto etereo.

Al contrario, si basa su edifici altamente energivori, che consumano enormi quantità di elettricità e acqua per raffreddare server in funzione continua, generando emissioni e competendo con le città per l’accesso alle risorse.

I data center e le comunità locali

Oggi i data center consumano globalmente una quantità di energia paragonabile a quella di interi stati nazionali, con una crescita accelerata dall’espansione dell’intelligenza artificiale.

Un aspetto centrale del lavoro di Otero Verzier riguarda il rapporto tra data center e comunità locali. Attraverso casi studio in Cile, Spagna e Paesi Bassi, l’architetta ha mostrato come questi insediamenti vengano spesso imposti senza un reale processo di consultazione, scaricando sui territori costi ambientali elevati, quali consumo di acqua potabile, aumento delle temperature locali, inquinamento atmosferico.

In questo senso, i data center diventano dispositivi spaziali di diseguaglianza, in cui i benefici del digitale sono globali mentre gli impatti ambientali restano locali.

Al tempo stesso, ha raccontato esperienze di resistenza dal basso, come quelle delle comunità cilene che sono riuscite a bloccare o modificare progetti di grandi aziende tecnologiche, arrivando anche a influenzare la redazione del primo piano nazionale per i data center in Cile.

Riflessioni progettuali per una nuova architettura dei data center

Accanto alla dimensione politica e regolatoria è stata aperta anche un’interessante riflessione progettuale.

I data center sono tra le infrastrutture più significative del XXI secolo, nonostante ciò dal punto di vista architettonico sono spesso edifici anonimi e iperfunzionali.
Otero Verzier sostiene che architetti e progettisti possano immaginarli diversamente:

  • strategie low‑tech,
  • uso di materiali a basse emissioni,
  • raffrescamento passivo,
  • riuso del calore di scarto in ottica di economia circolare.

Alcuni esempi includono l’impiego del calore residuo per reti di riscaldamento urbano o per produzioni agricole.

Computational compost: tra tecnologia e biologia

È proprio da questa tensione tra tecnologia e biologia che nasce Computational Compost. Il prototipo mette in relazione piccoli computer, impegnati nella simulazione dell’origine dell’universo, con un sistema di compostaggio vivo.

Il calore prodotto dai processi computazionali alimenta compostiere con lombrichi, che trasformano rifiuti organici in compost fertile: la simulazione dell’universo genera quindi nuova vita.

Durante l’esperimento, organismi imprevisti hanno alterato l’equilibrio del sistema, ricordando che ogni ecosistema – naturale o artificiale – è sempre instabile e interdipendente.

La riflessione di Otero Verzier invita a ripensare radicalmente il rapporto tra architettura, tecnologia e sostenibilità.
I data center non possono più essere progettati come entità isolate o regolate da sole logiche estrattive: anche il digitale ha un peso ecologico e sociale.

di Lorenza Bisbano

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