Il regime climatico nel regno del Carbonio innocente

Il progresso sostenibile e un’etica dei consumi consapevole offrono nuove alleanze per curare il pianeta. Superando il dualismo natura-cultura, l’uomo può abbracciare l’Ecocene, armonizzando innovazione, convivenza e responsabilità ambientale.

Van Gogh, Campo di tulipani (1883)

Il progresso sostenibile con i suoi ultimi derivati e una più consapevole Etica dei consumi potranno promuovere nuove fertili alleanze “per continuare a prosperare su una Terra imprevedibile” ma di cui possiamo ancora prevedere la cura.

Non già l’unica, sarà questa “Una medicina per il pianeta”.

Saggio di Moreno Pivetti, Architetto

Bruno Latour (1947-2022), sociologo e antropologo francese, osservava che ogni definizione della crisi ecologica come “ritorno dell’uomo alla natura” scateni immediatamente una sorta di panico, dal momento che non sappiamo mai se ci sarà richiesto di tornare all’animalità bruta o di riprendere il movimento profondo dell’esistenza umana.

Quell’Età del Progresso che da tre secoli circa ha evoluto l’Antropocene scortando l’umanità alle soglie del pluriverso digitale ha confinato il mondo naturale in una parentesi romantica che sembra imporre la sua liberazione dalle congerie delle regole ferree del capitalismo per poterlo riscattare, salvaguardare, rimettere in scena.

Eppure, scriveva Richard J. Neutra in Survival Through Design (1953): “Pietosi tentativi di far risuscitare il passato non sono certo il modo migliore per onorarlo”, e così vale per la Natura.

Abbandonarsi al gioco botanico del green a tutti i costi, sempre e comunque e a prescindere dalle traiettorie evolutive e contestuali all’armonia dell’uomo nella e con la natura, rischia di allontanarci da essa come il gioco archeologico di riferirsi acriticamente agli archivi di un passato inteso come ricettario di forme e formule allontana certa architettura dall’interpretazione autentica del nostro tempo.

E così per il mondo naturale – o più semplicemente il mondo, osservava Latour – che con l’uomo e dall’uomo è stato continuamente trasformato ed evoluto, senza mai approdare a una dimensione mitica originaria, se non quella quando l’uomo ancora non v’era e che qualcuno che mai aveva vista dipingeva come Paradiso terrestre.

Fredric Jameson (1934-2024) critico letterario e teorico politico statunitense

Da sempre, tramite l’architettura l’uomo ha disegnato, costruito, trasformato il mondo, inteso come sintesi di natura-cultura, costruito e non, avendo ben chiaro quanto fosse impensabile licenziare l’ambiente da ciò che contiene.

Il regime dell’ecosfera ha cominciato a vacillare quando l’uomo vi ha preferito e imposto un altro regime: il proprio! La natura non è un modello, piuttosto un’evoluzione di fissazioni e cambiamenti che hanno costruito la storia dell’uomo nell’ambiente, l’ecosfera.

Ma oltre a ospitare il genere umano, l’ecosfera è dimora di tutte le altre specie viventi e non, animali e vegetali, innocue se paragonate al potere distruttivo della nostra specie e inquinanti soltanto nella misura dei gas serra che rilasciano interagendo naturalmente col pianeta.

Così il mondo, nella sua declinazione vegetale, non è formulario o ricettario di ingredienti pronti a essere dosati o abusati nella cornice del costruito, bensì sostanza ed essenza di quella stessa esistenza umana di cui l’architettura conserva e trascrive le memorie lungo le infinite traiettorie del tempo.

Il mondo vegetale dialoga col costruito tramite la lingua dell’artificio o della spontaneità, della ragione che ne informa e ne dosa il disegno oppure del libero arbitrio di impulso romantico, dai Giardini di Babilonia alle nitide geometrie neoclassiche o illuministe, che solo in apparenza licenziano la natura, anzi la codificano ad ambiente della vita.

Bacino del fiume Giallo, Islanda Jan Erik Waider

Reintonare l’azione dell’uomo all’ordine e all’armonia della natura lo preparerà a salutare una nuova era cui già apparteniamo, quella dell’Ecocene.

Osserva Latour: “La difficoltà risiede nell’espressione stessa di rapporto con il mondo che presuppone due tipi di domini, quello della natura e quello della cultura, domini insieme distinti e impossibili da separare completamente (…). Il che significa che non abbiamo a che fare con dei domini ma piuttosto con un unico concetto diviso in due parti che risultano legate, se così si può dire, da un elastico resistente”.

L’uomo è colui che non può totalmente sfuggire ai vincoli della natura. Naturam expellas furca, tamen usque recurret (Scaccerai la natura con la forca, eppure essa ritornerà sempre, Orazio, Epistole I, 10, 24); in quanto essere culturale, per l’uomo non vi è nulla di più facile che vestirsi del Progresso e nulla di più difficile che spogliarsi della Natura.

Semmai, la questione sta tutta nel modo in cui ci relazioniamo al mondo naturale: il carbone è innocente, è il modo in cui l’uomo lo brucia a sprigionare CO2 e agenti inquinanti.

Van Gogh, Campo di tulipani (1883)

Quale medicina per Il Pianeta?

Nel suo libro Una medicina per il pianeta (Une médicine pour la planète, Sang de la Terre, Paris 2001) James Lovelock (1902-2005), scienziato e ricercatore britannico padre di Gaia e poeta della Natura, cerca di persuadere gli esseri umani del loro stesso destino: sono divenuti inavvertitamente la malattia di Gaia.

In un pianeta in cui l’uomo è ostaggio e vittima di microbiche pandemie, osservati dall’angolazione della natura siamo noi la vera calamità della Terra.

Viviamo l’incubo del disastro naturale come il pianeta è vittima della laboriosa e non così lenta consunzione operata da un formicaio di oltre 8 milioni di voraci inquilini, che lo divorano dietro un’infezione da homo economicus.

Al quesito di Lovelock – quale medicina per il pianeta – la ricetta con prescrizione della natura non potrà che essere quella di convivervi responsabilmente, limitando consumi e inquinanti: la prima cura possibile.

Del resto, come l’esercito delle api converte in miele il proprio duro e infinitesimo ruolo di operaie della fabbrica della natura – senza il quale la vita non sarebbe – così l’uomo con altrettanta quotidiana perseveranza dovrebbe preferire i pollini della natura debellando pollini inquinanti (pollution).

L’homo economicus dovrebbe indossare le vesti dell’ape operaia. Secondo l’Undrr nell’ultimo ventennio i disastri naturali indotti dal nuovo regime climatico hanno provocato in media 60mila vittime l’anno (64.148), raggiungendo l’apice di 86.473 nel solo 2023.

Van Gogh, Factories at Clichy (1887)

Nulla se paragonato ai 6,4 milioni di morti l’anno causati da malattie respiratorie e all’1,8 milione di decessi per cancro ai polmoni (il 18% delle morti per tumore – fonte: Roche Italia): complessivamente l’inquinamento dell’aria rappresenta uno dei principali fattori di rischio di infezioni respiratorie, ictus, infarti e tumori, provocando in media 9 milioni di vittime l’anno (fonte: Globocan), oltre l’1 per mille della popolazione globale. Le specie nostre conviventi non se la passano meglio.

Negli ultimi 10 anni abbiamo consegnato agli archivi della biodiversità circa 160 specie, animali e vegetali, (fonte: Iucn, Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) e vi abbiamo opzionato la presenza in attesa della sesta estinzione di massa della nostra specie.

Già nel 2021 nel suo report annuale il Wwf ammoniva come stiano scomparendo specie animali e vegetali a un ritmo di 1.000 volte superiore al tasso naturale. Sul piano del consumo delle risorse, ogni anno mandiamo in fumo dai 4 ai 7 milioni di ettari di foresta tropicale primaria, 6,7 solo nel 2024 (fonte: Global Forest Watch), oltre 1/5 della superficie dell’Italia (30,21 milioni di ettari), quasi 1,5 volte l’intera Pianura Padana (4,782 mln di ha), più di 1,5 volte la sola Svizzera (4,185 mln di ha).

I deserti avanzano al passo di 12 milioni di ettari l’anno, 3 volte la stessa Svizzera e più di 1/3 dell’Italia – un’area potenzialmente in grado di produrre 20 milioni di tonnellate di grano l’anno, una quantità sufficiente a nutrire dai 2 ai 300 milioni di abitanti del Terzo Mondo, ovvero l’intera Nigeria o se volete 1/5 di tutta l’Africa.

Numeri impietosi, sine misericordia: a conti fatti, 5 anni di desertificazione possono rendere improduttiva la terra necessaria a sfamare per un anno l’intero continente africano, 1,25 miliardi di persone denutrite che potrebbero alimentarsi con 100 milioni di tonnellate di cereali non prodotti. I ghiacciai parimenti retrocedono.

Enclosure Acts

Ogni anno si stima una perdita di massa glaciale pari a 273 miliardi di tonnellate – Antartide e Groenlandia esclusi – equivalente al 5% del volume glaciale liquefatto sull’intero pianeta nell’ultimo quarto di secolo, con un’accelerazione della velocità di fusione del 36% dal 2012 in poi (fonte: Università di Zurigo).

Nel nuovo millennio si è già registrata una perdita complessiva di massa glaciale pari a 6.542 miliardi di tonnellate, equivalente a oltre 10 volte l’Himalaya (600 mld di ton). In poche parole, il pianeta sta perdendo una massa glaciale annua pari all’intera catena himalayana.

Nell’ultimo ventennio la sola Svizzera ha salutato più della metà dei propri ghiacci (il 51,5%), con la previsione di estinguerli completamente entro il secolo.

Il conseguente innalzamento dei mari – misurato in 4 mm l’anno – minaccia coste e fasce interne continentali e il 90% dell’umanità che lì vi dimora.

Eugène Mihaesco, illustrazione del Pianeta Terra

Il livello di acidità degli oceani – il 71% della superficie terrestre – è aumentato del 30% negli ultimi due secoli a causa dell’assorbimento di circa ¼ della CO2 complessivamente prodotta dall’attività umana, compromettendo gli organismi marini e la loro catena alimentare.

Dissolvendosi nei mari, l’anidride carbonica reagisce con l’acqua innescando la formazione di acido carbonico (CO2 + H20 = H2CO3), il quale dissociandosi rilascia ioni di idrogeno (H+), causa della riduzione del pH marino con conseguente acidificazione degli oceani.

Livelli di pH sempre più bassi – stimati inferiori a 8 e in futuro a 7,75 – turberanno l’equilibrio chimico degli ecosistemi marini, completando una deriva ecologica già profetizzata dalla ricercatrice e biologa marina Rachel Carson negli anni ’60 del ‘900. Mari più acidi colpiscono gli organismi più vulnerabili dell’acido carbonico, quelli che formano strutture di carbonato di calcio (CaCO3), quali coralli, molluschi e plancton calcareo, compromettendone catena produttiva ed equilibri sensoriali, capacità uditiva e olfattiva.

Livelli sempre più alti di acidità già si concentrano in corrispondenza delle linee costiere – per l’azione congiunta dei depositi marini e continentali – lungo e in prossimità delle quali si annida il 90% della popolazione del pianeta.

Insomma, alzino la mano coloro che immaginano ancora l’esistenza di un mondo naturale risparmiato da quell’essere culturale chiamato homo economicus; o quanti ancora pensano di poterlo ripristinare o ricreare. Si può solo curare, a patto – come anticipava Lovelock – di trovare la medicina per il pianeta.

Sopravvivenza come progetto

Stiamo salutando l’Antropocene con la ormai lucida consapevolezza che dalla guerra per ripristinare la Natura – o semplicemente di ricollocarla in una dimensione epistemologica contemporanea che la dissoci dal suffisso Antropos, con le sue implicazioni culturali – possiamo solo uscirne vinti; semmai la vera battaglia (il nostro engagement) è rivolta alla sopravvivenza, nostra e del pianeta, intesa come Livability intra-species, nelle sfumature dipinte dall’antropologa cino-americana Anna Lowenhaupt Tsing.

Profetica fu la raccolta di scritti di Richard J. Neutra – Survival Through Design (Disegnare per Sopravvivere, LA, 1954) – manifesto di un nuovo Umanesimo biologico teso a intonare all’ordine della natura l’azione dell’uomo.

Una nuova concezione di sopravvivenza che non esclude, anzi promuove un benessere inteso come armonica convivenza con l’habitat e le specie che vi appartengono: Placing men in relationship to Nature (Dion Neutra).

Licenziata da una menzognera illusione di ritornare a una dimensione naturale mitica, liberata dalla gabbia di ferro della seconda Natura dell’Economia, altrettanto profetica risuona l’acuta battuta di Fredric R. Jameson (1934-2024), secondo cui: “Ai giorni nostri, sembra più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo”.

E se per una volta provassimo a cercare tra le catene del capitalismo e le sue leggi ferree non già la fine del mondo bensì la chiave per la sua cura e salvezza per liberarci dalla gabbia dorata di un romanticismo naturale che rischia di imprigionarci in un sogno illusorio, guardando invece a un Progresso consapevole impegnato e proiettato verso forme di produzione e consumo meglio adattabili e conviviali agli equilibri dell’Ecosfera? In che mai consiste il passaggio dall’Antropocene all’Ecocene se non nella transizione responsabile da quella che Bruno Latour chiamava “la seconda Natura dell’economia” a una nuova Economia della Natura?

Il progresso sostenibile con i suoi ultimi derivati – AI, processi circolari, produzione ecosostenibile, pianificazione sensibile di territori, etc. – e una più consapevole Etica dei consumi potranno ingaggiare e promuovere nuove fertili alleanzeper continuare a prosperare su una Terra imprevedibile ma di cui possiamo ancora prevedere la cura. Forse Latour confermerebbe; non già l’unica, sarà questa “Una medicina per il pianeta”.

Oltre il dualismo Natura, Cultura e l’alba dell’Ecocene

Eppure, in seno all’antropologia classica resiste la stratificata separazione epistemologica tra natura e cultura, ormai energicamente contrastata dalle scienze moderne – paleoantropologia in primis – e da autori che hanno criticamente rivisto il pensiero strutturalista alla luce di modelli riflessivi costruiti sull’ermeneutica (Clifford Geertz, Bruno Latour, Andrea Staid e altri).

Osserva Latour: “Vi ricordate la quantità di energia investita dalle scienze sociali per combattere i pericoli del riduzionismo biologico e della rinaturalizzazione?”. L’energia profusa dalle scienze sociali per contrastare le vibrazioni del riduzionismo biologico e della naturalizzazione sembra dissipata dalle vorticose dinamiche del pluriverso (l’incessante universo delle cose di Bruno Latour).

“Quel che è certo è che i ghiacciai sembrano ridursi più velocemente, il ghiaccio sciogliersi più rapidamente, le specie scomparire a un ritmo più veloce dei maestosi processi della politica, della coscienza e della sensibilità” (B. Latour). Più che una pacifica convergenza o alleanza, Antropocentristi e naturalisti sembrano trovare un armistizio nella dimensione umana dell’Antropocene, che la rivista The Economist saluta in copertina il 26 maggio 2011 a suon di slogan: Welcome to the Anthropocene.

Continua Latour: “Ricordate il divario ritenuto incolmabile fra la geografia fisica e la geografia umana, o quello fra l’antropologia fisica e l’antropologia culturale”? La distinzione fra scienze sociali e scienze naturali è totalmente confusa. Né la natura né la società possono fare il loro ingresso, infatti, nell’Antropocene, in attesa di essere serenamente riconciliati.

All’agnosticismo ecologico di miscredenti negozianti rinchiusi nella gabbia del sogno aureo del capitalismo, la Gaia di Latour prescrive un tramonto altrettanto dorato, concludendo che “In effetti, coloro che accusano l’ecologia di essere troppo spesso catastrofica e di indulgere in discorsi apocalittici sono coloro che, non contenti di aver innescato le catastrofi, hanno oscurato la nozione stessa di apocalisse” (B. Latour, in La sfida di gaia).

Come osserva Bronislaw Sze

rszynski in The End of the End of Nature, la progressiva artificializzazione del pianeta licenzia come obsoleta la nozione classica di natura. Lo stesso Latour rifiuta la disaggregazione tra natura e cultura, concludendo che: “Siamo entrati di fatto in un periodo postnaturale (…).

Nell’epoca dell’Antropocene sono svaniti tutti i sogni, coltivati da ecologisti convinti, di vedere gli umani guariti dalle loro dispute politiche grazie esclusivamente alla loro conversione alla cultura della Natura” (…). “Ma la natura, direte voi, non è un emblema, né una denominazione; è la materia di cui siamo fatti e in cui viviamo tutti”. Dimentichiamo troppo spesso che la Natura non è un dominio ma un concetto.

Nel suo libro Il concetto di natura, Alfred North Whitehead (1861-1947) – filosofo e matematico britannico – evade dalla visione meccanicistica della scienza dell’epoca, proponendo una visione olistica e processuale che recupera la dimensione preriflessiva del reale, legata agli istinti, alle sensazioni, ai sentimenti e all’intuizione estetica che ci spingono a ricercare ordine e armonia, una visione del mondo naturale che integra il mondo del pensiero scientifico con quello dell’esperienza sensibile e preriflessiva e pone il soggetto (fisica, sentimento, istinto) e il dominio dell’oggetto sullo stesso piano ontologico.

É solo un caso che due tra i più arguti sostenitori di una dimensione preriflessiva del mondo naturale superiore al dualismo oggetto-soggetto in nome di un’armonia plurisensoriale – in un ideale appello della natura – rispondano ai nomi di Mr. Lovelock (dall’inglese catena dell’amore) e Mr. Whitehead (dall’inglese idea, pensiero bianco); quasi a fare appello a una naturale sensibilità di sensi e pensiero per descrivere le dinamiche processuali della realtà.

La visione scientifica di azioni e retroazioni – sembra dire Whitehead – si scioglie e amalgama col processo della natura, concepito semplicemente come il complesso di vicende della materia nella sua avventura attraverso lo spazio. Così l’umanità potrà abbracciare il pensiero puro e innocente di incatenarsi all’amore della natura, per trarre dalle energie che sprigiona la gioia di tutte le creature viventi, giacchè “tutti gli esseri suggon gioia dal seno della natura” (Friedrick Schiller). Welcome Ecocene!

Saggio di Moreno Pivetti, Architetto

BIBLIOGRAFIA

  • Barnes, S. Shapin, Natural Order, Sage, London, 1979;
  • Alfons, J. Clair, M. Cacciari et al., Effetto Aecimboldo, Bompiani, Milano, 1987;
  • Acot, The European Origins of Scientific Ecology, Gordon and Breach, Philadelphia, 1998;
  • J. Crutzen, E. F. Stoermer, The Anthropocene, in Global Change Newsletter, vol. XLI, 2000, pp. 17-18;
  • James Lovelock, Una medicina per il pianeta (“Une médicine pour la planète”), Sang de la Terre, Paris 2001;
  • Jameson, Future City, in New Left Review, n. 21, maggio-giugno 2003;
  • Martin Rees, Il secolo finale. Perché l’umanità rischia di autoestinguersi nei prossimi cento anni, Mondadori, Milano, 2004;
  • Stern, The Economics of Climate Change, Cambridge University Press, Cambridge, 2007;
  • Bastaire, J. Bastaire, La Terre de gloire, Le Cerf, Paris, 2010;
  • Bourg, K. Whiteside, Vers une démocratie écologique, Éditions du Seuil, Paris, 2010;
  • Vieille-Blanchard, Les limites à la croissance dans un monde global (thèse), Ehess, Paris, 2011;
  • Szerszynski, The End of the End of Nature, in The Oxford Literary Review, vol. LXXIV, n. 2, 2012, pp. 165-184; . Fressoz, L’apocalypse joyeuse,
  • B. Fressoz, L’apocalypse joyeuse, Éditions du Seuil, Paris, 2012;
  • Gagliardi, A. Reijnen, P. Valentini, Protecting Nature, Saving Creation, Palgrave Macmillan, New York, 2013;
  • Diederichsen, A. Franke, The Whole Earth, Haus der Kulturen der Welt, Berlin, 2013;
  • Gervais, L’innocence du carbone, Albin Michel, Paris, 2013;
  • Aykut, A. Dahan, Gouverner le climat?, Presses de Sciences Po, Paris, 2015;
  • Bruno Latour, Face à Gaia. Huit conférences sur le nouveau régime climatique, Editions La Découverte, Paris, 2015;
  • L. Lewis, M. A. Maslin, Defining the Anthropocene, in Nature, vol. DXIX, 12 marzo 2015;
  • Hamilton, C. Bonneuil, F. Gemenne, The Anthropocene and the Global Environment Crisis, Routledge, London, 2013;
  • Bruno Latour, La sfida di Gaia. Il nuovo regime climatico, Melteni editore, Milano, 2020.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.