Milano Arch Week, a cura di Nina Bassoli e Matteo Ruta, è la manifestazione dedicata all’architettura, alle trasformazioni urbane e al futuro delle città.
Promossa da Comune di Milano, Politecnico di Milano e Triennale Milano, si è svolta tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre 2025 in diverse sedi cittadine.
La settima edizione, intitolata Inequalities and Architecture, ha approfondito i temi già affrontati nella XXIV Esposizione Internazionale di Triennale Milano Inequalities, dedicata alle disuguaglianze sociali, economiche, culturali e ambientali nel mondo contemporaneo.
Milano Arch Week ha così posto al centro della riflessione il ruolo dell’architettura rispetto alle molteplici forme di disuguaglianza che attraversano le città a livello globale, invitando figure internazionali del mondo dell’architettura, del design, dell’arte e dell’urbanistica a confrontarsi attraverso lecture e momenti di dibattito.
Tosin Oshinowo
I mercati della Nigeria: Blueprint alternativo
Tosin Oshinowo, architetta nigeriana con base a Lagos, porta la sua esperienza e ricerca sulle sfide di resilienza dei centri urbani africani, affrontando un tema centrale: come costruire città sostenibili in contesti in cui l’urbanizzazione, a differenza dell’Occidente, è stata rapidissima, con risorse limitate e forti diseguaglianze strutturali.

L’Africa è il continente più giovane del mondo, con un’età mediana di 25 anni, e il tasso di urbanizzazione più rapido a livello globale. Oggi il 45% della popolazione vive in città, una quota destinata a superare il 50% entro il 2030 e il 60% entro il 2050.
Questa crescita urbana non è stata accompagnata da un’industrializzazione altrettanto veloce, generando sia opportunità di sviluppo sia sfide legate a servizi, infrastrutture e gestione sostenibile delle risorse.
Nel 2023, il continente africano ha contribuito solo al 3,75% delle emissioni globali di Co₂, pur ospitando il 17% della popolazione mondiale, evidenziando un grave squilibrio tra responsabilità e impatti ambientali.

Oshinowo ha studiato gli archetipi urbani della Nigeria, individuando nei mercati di strada il modello più autentico e adattabile ai tempi moderni.
I mercati rionali non sono solo spazi commerciali, ma infrastrutture sociali, economiche e culturali complesse, sistemi auto-organizzati in grado di trasformare la scarsità strutturale in un modello di urbanismo alternativo e economia circolare.
Il progetto di ricerca Alternative Urbanism: Self-organising Lagos Markets le ha valso una menzione speciale alla XIX Biennale di Architettura di Venezia.

A Lagos, tre mercati funzionano come veri e propri ecosistemi circolari: sistemi complessi che trasformano rifiuti globali in valore locale, nati dalla sovrapproduzione occidentale e dalle diseguaglianze strutturali del capitalismo globale.
Katangua Market è il più grande mercato di abiti usati della Nigeria, con una filiera organizzata di smistamento, riparazione e rivendita: gli abiti dismessi dai Paesi industrializzati diventano nuova economia locale, secondo i principi dell’economia circolare.
Computer Village è il più grande hub digitale del Paese, un laboratorio di riuso tecnologico dove dispositivi elettronici vengono riparati, aggiornati e rimessi in circolo, prolungandone il ciclo di vita, e rappresenta un importante polo di occupazione giovanile.
Ladipo Market è il mercato di auto e ricambi: attraverso smontaggio, riassemblaggio e adattamento dei veicoli, offre soluzioni ingegnose a costi elevati, inflazione e mancanza di industria locale.

La ricerca di Oshinowo propone questi mercati non come eccezioni informali, ma come modello alternativo di sostenibilità urbana, basato su sistemi dal basso, ottimizzazione delle risorse, riuso e resilienza sociale.
In un mondo segnato da crisi ambientali ed economiche, i mercati nigeriani dimostrano che fare di più con meno non è solo una strategia di sopravvivenza o un’idea romantica, ma una direzione concreta per il futuro delle città.
Rozana Montiel
Rigenerazione urbana in Messico: superare il concetto di muro
Particolarmente significativa è stata la lecture dell’architetta messicana Rozana Montiel, nota per il design socialmente consapevole, sostenibile e partecipativo.
Nei suoi lavori, Montiel trasforma il muro da elemento di separazione a strumento di inclusione, relazione e rigenerazione urbana, superando la barriera invalicabile per creare infrastrutture sociali capaci di attivare nuovi usi e senso di appartenenza.
Un esempio emblematico è Pilares, centro culturale di Città del Messico progettato come spazio pubblico inclusivo e multifunzionale.
I muri, realizzati con materiali locali e texture particolari, non delimitano semplicemente lo spazio, ma si aprono in piazze, percorsi e luoghi d’incontro attorno a un patio centrale che favorisce la permeabilità tra interno ed esterno.

Ancora più esplicito è il progetto Common Unity nel quartiere Azcapotzalco: i cancelli verticali sono stati sostituiti da pergole orizzontali di riparo e la comunità è stata coinvolta nella progettazione, scegliendo attrezzature come lavagne, pareti da arrampicata, corrimano e reti per creare spazi pubblici inclusivi e di qualità, rafforzando il legame tra persone e ambiente.
Il progetto Court, in un complesso suburbano vicino al porto di Veracruz, ribalta le gerarchie spaziali tradizionali: il portico diventa il vero protagonista, offrendo uno spazio variegato per socialità e attività comunitarie, mentre l’agorà, arricchita con alberi e vegetazione locale, crea ombra, microclima e un nuovo habitat, promuovendo consapevolezza ecologica e biodiversità.
Nei suoi progetti, Montiel trasmette un messaggio chiaro: un approccio sostenibile deve considerare le relazioni tra persone, luoghi e risorse, più che limitarsi a parametri quantitativi.
In un contesto messicano caratterizzato da forti disparità economiche, sociali e spaziali, la sua creatività nasce da reali necessità sociali. I suoi lavori dimostrano che la qualità dello spazio può rispondere ai problemi di quantità, attraverso soluzioni nate dall’ascolto della comunità, basate sulla convinzione che la bellezza sia un diritto umano, non un privilegio di pochi.
di Lorenza Bisbano