Benjakitti Forest Park: Yu Kongjian e il modello delle Sponge City

Apriamo questa serie di articoli dedicata agli architetti paesaggisti con la figura di Yu Kongjian, fondatore di Turenscape. La sua eredità vive nel concetto di Città Spugna, approccio nature-based che trasforma le città in ecosistemi resilienti

Per inaugurare questa nuova serie di articoli di YouBuild dedicata ai professionisti che stanno ridisegnando gli spazi aperti delle nostre città, è naturale partire da una figura cardine come Yu Kongjian e dal suo studio Turenscape.

La sua attività, che ha oltrepassato i confini dell’accademia e della progettazione paesaggistica, ha aperto una strada inedita alla sostenibilità e a un rinnovato equilibrio tra uomo e natura.

Alla luce della sua recente scomparsa, questo articolo vuole essere un omaggio al suo straordinario contributo e, nel nostro piccolo, un modo per proseguirne l’impulso divulgativo.

Urbanismo resiliente

Pur avendo all’attivo oltre mille progetti in 250 città nel mondo, il nome di Yu Kongjian e del suo studio rimane meno noto di quanto meriterebbe. È invece impossibile ignorare il concetto che ha rivoluzionato la gestione urbana dell’acqua: le Sponge City (Città Spugna).

Questo approccio nature-based mira a mitigare le inondazioni, migliorare la qualità delle acque e favorire la biodiversità. Invece di affidarsi esclusivamente a sistemi di drenaggio in cemento, le Città Spugna integrano zone umide, superfici permeabili e spazi verdi capaci di assorbire, filtrare e immagazzinare l’acqua piovana.

Lo skyline di Bangkok i percorsi e un esempio di folie
Lo skyline di Bangkok i percorsi e un esempio di folie

Una visione che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più centrale nell’urbanistica e nella gestione del territorio, fornendo risposte concrete alle sfide poste dai cambiamenti climatici e da condizioni meteorologiche sempre più imprevedibili.

Prima di approfondire uno dei progetti più rappresentativi di Yu Kongjian, è importante capire chi fosse e come sia diventato una figura di riferimento nell’architettura del paesaggio.

Alberi preesistenti perfettamente conservati e integrati nel processo di progettazione
Alberi preesistenti perfettamente conservati e integrati nel processo di progettazione

Nato in un piccolo villaggio rurale della provincia di Zhejiang, in Cina, Yu crebbe in quello che amava definire un paradiso naturale, immerso tra fiumi, risaie e foreste. Fin da giovane sviluppò una profonda sensibilità verso l’equilibrio tra uomo e ambiente.

Un equilibrio che, purtroppo, vide rapidamente incrinarsi con la deforestazione, l’uso intensivo di pesticidi e la cementificazione dei corsi d’acqua. Proprio quel trauma divenne la spinta che alimentò la sua determinazione a ripensare radicalmente il modo in cui le città vengono progettate.

Dopo essersi allontanato dal suo contesto rurale, grazie agli studi, Yu si formò come architetto paesaggista prima in Cina e successivamente alla Harvard Graduate School of Design.

Nel 1997, tornato in Cina, fondò il corso di Architettura e Paesaggio alla Peking University e l’anno successivo Turenscape, studio interdisciplinare che oggi riunisce più di 500 professionisti. Il nome non viene a caso: in cinese TuRen sono due caratteri che significano corrispondentemente terra e uomini.

Riunirli vuole marcare un’armonia tra i due attraverso la creazione di paesaggi sostenibili per il futuro. Yu Kongjian dedicò quasi trent’anni della sua carriera, anche accademica, a combattere duramente, e con successo, il deterioramento ambientale e urbano.

La sua Big Foot Revolution è uno dei concetti chiave che pone al centro del paesaggio urbano la resilienza, la funzionalità e la sostenibilità.

Riprendendo infatti l’antica pratica di deformare i piedi delle giovani donne attraverso scarpe minuscole, al suo opposto si trova il Little Foot Urbanism che pone al centro l’ornamento, la gentrificazione e costringe la natura in spazi artificiali.

La fabbrica di tabacco prima dell’intervento
La fabbrica di tabacco prima dell’intervento

Da fabbrica a parco urbano

Un progetto che sintetizza in modo esemplare la sua visione, e che oggi rappresenta un modello per gli interventi di rigenerazione urbana e ripristino ecologico, è il Benjakitti Forest Park di Bangkok, in Thailandia.

Planimetria del parco
Planimetria del parco

Per comprendere il contesto, è utile ricordare che Bangkok sorge sulle pianure alluvionali del fiume Chao Phraya, a un’altitudine media di circa un metro e mezzo.

Fino agli anni ’60, le comunità locali vivevano in armonia con le piogge monsoniche grazie a una fitta rete di canali e ad architetture anfibie, che valsero alla città il soprannome di Venezia d’Oriente.

Con l’avvento dell’automobile e lo sviluppo capitalistico, molti di quei canali vennero interrati per far spazio alle strade e, dove un tempo si trovavano palafitte, risaie e frutteti, nel giro di appena quarant’anni è sorta una metropoli di circa 11 milioni di abitanti, caratterizzata da una delle più basse percentuali di aree verdi del Sud-est asiatico.

Con il mutare dei ritmi alluvionali, la sub-sidenza, dovuta principalmente all’eccessivo prelievo delle falde acquifere, e un sistema fognario inadeguato, Bangkok sprofonda di circa 1,2 centimetri l’anno e rischia, entro il 2030, di vedere il 40% del proprio territorio allagato.

Foto area del processo di formazione delle isole delle zone umide con la conservazione delle alberature esistenti
Foto area del processo di formazione delle isole delle zone umide con la conservazione delle alberature esistenti

Dopo il 2011, quando una tempesta tropicale provocò oltre 800 vittime, sono state avviate nuove riflessioni e politiche per la gestione delle aree verdi, con l’obiettivo di realizzare più di 500 parchi entro il 2026 per assorbire e filtrare le acque piovane.

Tra i principali interventi di verde urbano della città spicca il Benjakitti Forest Park. Nel 2021, Yu e il suo team, in collaborazione con lo studio Arsomslip, parteciparono a un concorso per trasformare una ex fabbrica di tabacco di circa 40 ettari in un grande parco pubblico.

L’area, situata nel distretto di Khonti, un quartiere densamente popolato nel cuore della capitale, era composta da magazzini a un solo piano immersi tra alberi ad alto fusto, un canale contaminato da scarichi urbani, un’autostrada, un lago artificiale e diversi edifici a uso ricettivo e sanitario.

A complicare ulteriormente il progetto vi erano un budget molto limitato, circa 20 dollari al metro quadrato, un tempo di realizzazione di soli 18 mesi e una manodopera non specializzata, costituita principalmente da personale militare.

Uno dei percorsi che si addentra negli isolotti tra la vegetazione spontanea
Uno dei percorsi che si addentra negli isolotti tra la vegetazione spontanea

Strategia sponge city

L’obiettivo principale era quello di progettare un parco, insieme a un piccolo museo della fabbrica di tabacco e un centro sportivo, che rispondessero in maniera olistica ai bisogni dell’ecosistema urbano circostante.

Regolare il flusso delle acque piovane, specialmente durante i monsoni, utilizzare soluzioni naturali per la depurazione dell’acqua derivante dal canale contaminato, dare uno spazio a piante autoctone e allo stesso tempo provvedere spazi pubblici e spazi dedicati ad attività culturali.

Se formalmente le linee rigide dell’impianto industriale sono state sostituite da forme più organiche e superfici irregolari, il vero punto di forza del progetto sta nell’attuazione del concetto di Città Spugna.

Un ex capannone che è stato aperto per far penetrare il paesaggio
Un ex capannone che è stato aperto per far penetrare il paesaggio

Pertanto, le strategie adottate si possono riassumere in quattro punti fondamentali:

Riciclo e riuso

Tutte le alberature esistenti sono state integrate nel progetto. Per ragioni di budget, sono state preservate anche le principali strade interne e alcuni edifici, poi riconvertiti per ospitare il museo e il centro sportivo.

Inoltre, il cemento proveniente dalle demolizioni è stato riutilizzato come base per i modellamenti del terreno e per le nuove pavimentazioni.

Porosità e zone umide

Tutto il movimento terra è stato gestito direttamente in cantiere, senza necessità di importare o esportare materiale. Attraverso un attento bilancio tra sbancamenti e riporti, sono state ricavate tre grandi zone umide con centinaia di micro-isole, trasformando un suolo precedentemente sigillato dal cemento in un paesaggio completamente drenante.

Secondo Turenscape, questo sistema è in grado di trattenere oltre 200.000 metri cubi d’acqua durante la stagione dei monsoni. Per la modellazione degli arcipelaghi è stato utilizzato un unico escavatore, così da ridurre la dipendenza dalla manodopera, mentre i materiali cementizi provenienti dalle demolizioni sono stati reimpiegati come base strutturale.

Le tre zone umide operano su due livelli: un’area centrale più profonda e una fascia superficiale lungo le rive che filtra l’acqua contaminata, purificando ogni giorno 8.152 m³ di acqua, sufficienti a mantenere in vita gli ecosistemi anche nella stagione secca.

Applicare la porosità alle infrastrutture

Il principio della porosità è stato esteso anche agli elementi costruiti: le strade ospitano canali di bioritenzione che separano la pista ciclabile dal percorso pedonale, mentre alcuni edifici sono stati alleggeriti o parzialmente aperti per favorire l’ingresso della luce naturale e permettere al paesaggio d’insinuarsi negli spazi interni.

Consolidare una natura caotica

Su ciascuna isola è stata avviata la crescita di nuovi alberi mediante la piantumazione di giovani germogli o l’integrazione della vegetazione preesistente.

La semina di micro-ambienti ha favorito l’evoluzione di una comunità vegetale seminaturale, supportata dalla natura argillosa del terreno che facilita l’attecchimento.

Il risultato è una vegetazione a bassa manutenzione, destinata ad arricchirsi spontaneamente di specie autoctone e a generare relazioni ecologiche simbiotiche tra flora e fauna.

Il carattere disordinato delle zone umide introduce un’estetica nuova, dinamica e biodiversa, in netto contrasto con il paesaggio urbano tradizionale.

Creare luoghi immersivi per le persone

Per offrire un’esperienza ravvicinata con la natura, sono stati progettati vari percorsi pedonali su diverse quote, tra cui un camminamento principale di 1,67 km che si addentra negli arcipelaghi, lontano dalle strade e dai flussi più intensi, fino a raggiungere suggestive folies immerse nel paesaggio.

Una zona umida con la vegetazione spontanea che prospera Turenscape
Una zona umida con la vegetazione spontanea che prospera Turenscape

L’eredità di Yu Kongjian

Nonostante i tempi ristretti e la manodopera non specializzata, la costruzione del parco è stata completata con successo. A soli tre anni dall’inaugurazione, il Benjakitti Forest Park è diventato uno dei principali polmoni verdi della capitale thailandese.

L’acqua viene filtrata e depurata come previsto: durante l’intensa alluvione dell’estate 2023, che ha causato gravi disagi in gran parte della città, il quartiere di Benjakitti è rimasto praticamente asciutto.

Frequentato quotidianamente da decine di migliaia di persone, il parco ospita anche una ricca varietà di uccelli e altre specie animali. Da ex fabbrica di sigarette a polmone verde urbano, da cemento a natura rigogliosa, il progetto rappresenta un esempio concreto di come sia possibile recuperare il rapporto tra uomo e natura e dimostra che alcuni processi di urbanizzazione possono essere reversibili.

L’importanza di Yu Kongjian per la Cina e per il mondo va oltre il suo ruolo di teorico, educatore e professionista. Alla fine degli anni ’90 iniziò a scrivere lettere ai leader locali e nazionali e a tenere conferenze in tutto il Paese, promuovendo il ripristino delle zone umide e la protezione degli habitat naturali.

La sua determinazione contribuì a trasformare queste istanze in priorità nazionali, fino a quando, nel 2015, il concetto di Sponge City fu ufficialmente adottato come standard costruttivo. Una dimostrazione che l’eredità di Yu Kongjian va ben oltre l’architettura del paesaggio: egli è stato un visionario capace d’integrare design, ecologia e cultura in una visione unitaria del futuro urbano.

di Luca Sandrini

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