Biennale di Venezia 2021: intervista ad Alessandro Melis, curatore del Padiglione Italia

L’installazione “Mutual Aid” di Pnat, collettivo composto da Stefano Mancuso, Cristiana Favretto e Antonio Girardi, che accoglie i visitatori al Padiglione Italia. © Gerardo Semprebon
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La Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, la numero 17, ha come titolo “How will we live together?” e rimarrà aperta al pubblico fino a domenica 21 novembre 2021, ai Giardini, all’Arsenale e a Forte Marghera. Comprende opere di 112 partecipanti provenienti da 46 Paesi, con una maggiore rappresentanza da Africa, America Latina e Asia e un’ampia rappresentanza femminile.

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Ritratto del curatore Alessandro Melis al preopening ©Gerardo Semprebon

Alessandro Melis è il curatore del Padiglione Italia, Comunità Resilienti

Domanda. Il titolo (ed elemento centrale) del Padiglione Italia, Comunità Resilienti, è più un auspicio-esortazione per la futura direzione della disciplina architettonica o descrizione di fenomeni già in atto?
Risposta. È più un augurio e solo in minima parte una descrizione di fenomeni già in atto. Quello che sta succedendo nel contemporaneo ci impone di dire che fare abbastanza non è più sufficiente. Il contenuto di Comunità Resilienti va letto, quindi, più come un’esortazione a fare di più.

D. Una scelta significativa del progetto curatoriale è quella di fare del Padiglione Italia stesso una comunità resiliente. In che modo è maturata questa idea e quanto ha influenzato la scelta di rigenerare elementi esistenti per allestire un padiglione a emissioni zero?
R. La scelta è maturata come conseguenza del ragionamento di cui sopra. Non c’è più tempo di aspettare per cambiare, è necessario agire. Abbiamo reputato che fosse più interessante non solo fare una mostra sullo stato dell’arte, ma usare i sei mesi della Biennale per realizzare un laboratorio che consentisse di studiare possibilità, se non soluzioni, per creare comunità resilienti. Uno dei temi cruciali è quello della limitazione del consumo di risorse, per cui riutilizzare i materiali del precedente allestimento ci è parso il primo degli esperimenti che potevamo fare per contribuire alla ricerca.

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L’installazione ‘Resilience Landscape and Art’ coordinata da Annacaterina Piras e Emanuele Montibeller
con Lura Tomaselli e Giacomo Bianchi.

D. Quanto la pandemia ha accentuato o accelerato le riflessioni e le tematiche affrontate dal vostro progetto curatoriale?
R. Per il nostro progetto la pandemia ha corroborato alcune convinzioni. Nella proposta di progetto del 2019 avevamo scritto che le conseguenze del climate change sarebbero state soprattutto sulla salute e sui cambiamenti sociali. Quello che è accaduto ha confermato questa ipotesi, ma non si è trattato di essere delle cassandre, perché la ricerca già ci stava dando chiaramente questo messaggio. Quest’anno di riflessione ha portato alla condivisione anche con il grande pubblico: se prima, trattando queste tematiche, ci veniva spesso data l’etichetta di allarmisti, ora risulta evidente in maniera diffusa che si tratta di tematiche quanto mai attuali.

D. Sono presenti nel lessico del Padiglione Italia moltissimi riferimenti culturali alle scienze naturali, alla biologia, alla filosofia. L’architettura, che è da sempre materia transdisciplinare, quale ruolo ha in questa costellazione di saperi?
R. L’architettura ha il ruolo della cabina di regia. Nonostante la consapevolezza sulla crisi climatica sia parte della ricerca in quasi tutte le discipline (dalla climatologia, alla fisica e alla biologia) non esiste una disciplina che si occupa di unire i puntini e trasformare queste conoscenze in scenari per il futuro. Noi crediamo che questo sia il ruolo dell’architettura, se superiamo l’idea comune che l’architettura sia una disciplina autonoma che si occupa solo di costruire edifici.

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I nuovi materiali ecologici studiati dal Lab Material Balance Research diretto da Ingrid Paoletti al Politecnico di Milano (Dip.to ABC).

 

D. La ricerca architettonica si misura anche nella sua capacità di tradursi in progetto e il progetto in realizzazione. Da curatore/professore e progettista/professionista, quanto i due ruoli si influenzano vicendevolmente?
R. Il mondo accademico anglosassone, dal quale provengo, è sempre più orientato al concetto di practice based research, ovvero ricerca attraverso la pratica professionale. Questo credo sia il futuro anche per l’architettura. Non possiamo più perdere occasioni considerando separate teoria e pratica. Ogni realizzazione di un progetto può essere un laboratorio nel quale iniettare elementi di ricerca per poi monitorare e analizzare le conseguenze a edificio ultimato.

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Elemento 01 (2019) di Giacomo Costa, esposto al Padiglione Italia.
La struttura realizzata dagli studenti dell’University of Auckland con legno riciclato recuperato da case popolari

D. Le Comunità Resilienti possono riaccendere l’industria edilizia: come può, quanto si vedrà nel Padiglione, contribuire a dare forza e fiducia al Sistema Italia reale?
R. Facendo seguito alla risposta precedente, al Padiglione Italia abbiamo portato tanti esempi di ricerca applicata. Ci sono materiali attivi che purificano l’aria. Materiali bioattivi che contribuiscono a ridurre la carica batterica e virale nell’ambiente. Ci sono esempi di integrazione tra l’elemento natura e l’elemento artificiale. Penso, per esempio, alle installazioni Spandrel, Genoma e Mutual Aid. In questo senso si può considerare il costruito come sperimentazione e la sperimentazione avviene anche attraverso nuovi paradigmi culturali e innovazione tecnologica, che sono il vero stimolo e la direzione che dovrà intraprendere anche l’industria del costruito.

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L’installazione curatoriale “Genoma” realizzata in collaborazione con l’Orto Botanico di Padova. ©Gerardo Semprebon

 

di Riccardo Maria Balzarotti, Politecnico di Milano (da YouBuild n.20)

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